Neuroscienze, robot sociali e inclusione: tecnologie multisensoriali tra ricerca e applicazione. Intervista di Pandora Rivista a Monica Gori

Alla Biennale dell'Economia Cooperativa si è svolto il panel dal titolo “Relazioni aumentate: i robot sociali tra cura, prossimità e inclusione”, : un’occasione per discutere di come le neuroscienze e le tecnologie emergenti stiano ridefinendo il modo in cui comprendiamo e supportiamo lo sviluppo umano.
In particolare, Lorenzo Landolfi e Francesco Rea, dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, hanno presentato dei casi studio realistici di cognizione sociale e progettazione inclusiva. Per approfondire questi aspetti Pandora Rivista ha intervistato Monica Gori, che dirige l’unità U-VIP dell’IIT, riflettendo sul legame tra neuroscienze e tecnologie assistive, con un focus su multisensorialità, apprendimento, inclusione e cooperazione
Di seguito alcuni passaggi dell'intervista che potete leggere integralmente a questo link
Quando si parla di robotica sociale e, più in generale, di tecnologie che entrano nei contesti di cura, cambia anche il confine tra accompagnamento, sostegno e possibile sostituzione della relazione umana. La questione diventa quindi non solo tecnica, ma anche antropologica, perché riguarda il tipo di relazione che vogliamo preservare. Qual è oggi, secondo lei, il rischio più grande: pensare che la tecnologia possa sostituire la relazione, oppure non sfruttare abbastanza le possibilità per migliorare la vita delle persone fragili?
Monica Gori: Le tecnologie che sviluppiamo nel nostro laboratorio sono tutte pensate per essere poco invasive. Non sono strumenti che sostituiscono la relazione, ma che la accompagnano e la facilitano. Questo per noi è un principio di base, soprattutto quando si lavora con persone con disabilità visiva, dove il rischio di isolamento è molto alto. In questi casi è fondamentale che la relazione con gli altri, con la famiglia, con gli educatori e con i contesti sociali resti sempre al centro, e le tecnologie devono servire proprio a rafforzare questa relazione, non a rimpiazzarla. Il nostro obiettivo è evitare che la persona venga lasciata sola con uno strumento tecnologico. Cerchiamo sempre di progettare soluzioni che favoriscano l’interazione con gli altri, che permettano di fare attività insieme, di giocare insieme, di imparare insieme. In questo senso la tecnologia diventa un supporto alla partecipazione.
Quando si parla invece di robot per l’interazione sociale, il discorso è un po’ diverso. Se in futuro dovessero diffondersi molti robot progettati per sostituire la presenza umana, allora potrebbe esserci il rischio di aumentare l’isolamento, soprattutto nelle persone più fragili. Però, almeno per come vedo la situazione oggi, non mi sembra uno scenario così vicino. Siamo ancora lontani da un contesto in cui le persone interagiscono più con robot che con altri esseri umani. È chiaro che la tecnologia può anche dare una sensazione di compagnia, e in alcuni casi può essere utile, ma non credo che debba mai diventare il centro della relazione. Il punto, secondo me, è trovare un equilibrio: non avere paura della tecnologia, ma usarla per migliorare la qualità della vita senza perdere di vista il valore dell’incontro tra le persone.
Dal punto di vista dell’evoluzione delle neuroscienze e dello sviluppo tecnologico, che cosa significherebbe progettare tecnologie che non si limitino solo a eseguire dei compiti, ma che siano capaci di interagire realmente con le persone e adattarsi a chi le usa?
Monica Gori: Sicuramente sviluppare tecnologie che siano il più possibile adattive è il prossimo obiettivo. Le tecnologie che sviluppiamo oggi sono già personalizzate, nel senso che raccolgono dei dati e, partendo dai risultati delle ricerche neuroscientifiche, si adattano in qualche modo al bisogno specifico del bambino. Quindi non sono strumenti completamente rigidi, ma sistemi che cercano di modificarsi in base a come la persona interagisce. L’obiettivo futuro, però, è quello di arrivare a tecnologie che non abbiano nemmeno bisogno di sapere in anticipo chi hanno davanti per potersi adattare. Immaginiamo una tecnologia che sia la stessa indipendentemente dal fatto che il bambino sia non vedente, non udente oppure senza disabilità, e che sia il sistema stesso a capire come deve funzionare, senza che sia necessario dire “non vedo” oppure “non sento”.
Per me questa sarebbe la vera inclusione: una tecnologia che si adatta automaticamente alla persona, senza creare categorie separate e senza costringere l’utente a dichiarare la propria difficoltà per poterla usare. Sarebbe il punto di arrivo ideale, perché significherebbe progettare strumenti capaci di funzionare per tutti nello stesso modo, ma rispettando le differenze di ciascuno.
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