E la teoria dei giochi dimostrò che la gente vuol cooperare

Di   /  2 ottobre 2013   

Nash ok

Pubblichiamo un intervento di Marco Mazzoli, professore  dell’Università di Genova, che anticipa alcuni temi che verranno affrontati nel convegno di domani su “Democrazia economica, partecipazione e sviluppo: quale ruolo per il movimento cooperativo? ”

 

Che cosa c’è in comune tra il grande matematico John Nash ( nella foto) , enigmatico protagonista del film “A beautiful mind” e i cooperatori?  Forse più di quanto non sembri.

La teoria dei giochi è una branca della matematica che analizza le decisioni di due o più individui in un contesto di interazione strategica, ossia in una situazione in cui le scelte di ognuno influenzano e sono influenzate dalle scelte degli altri. Ebbene, uno dei risultati fondamentali della teoria dei giochi, il “folk theorem” dimostra che “n” individui che interagiscono all’infinito o per un periodo indefinitamente lungo, se non sono “miopi” o  “impazienti”, ossia, se attribuiscono al loro benessere futuro un peso significativo rispetto al loro benessere attuale, hanno incentivo a comportarsi in modo “cooperativo” e non “individualista”.  Il folk theorem, in altre parole, spiega perché, in determinate condizioni (interazione indefinitamente prolungata, osservabilità dei comportamenti, mentalità “lungimirante”), l’atteggiamento “cooperativo” in un gruppo di soggetti emerge come “risposta ottimale” anche tra persone “egoiste”. Il folk theorem è stato spesso utilizzato nella teoria economica per spiegare la collusione tra oligopolisti, ma può essere anche utilizzato per spiegare perché in tanti paesi del mondo, tante cooperative, caratterizzate da una governance partecipativa e democratica che coinvolge i lavoratori o gli utenti nelle scelte strategiche, hanno potuto essere altrettanto efficienti quanto, o, in alcuni casi, più delle imprese convenzionali. La cooperazione è un fenomeno mondiale, che abbraccia non solo diversi settori economici, ma anche diverse nazioni, culture, etnie, religioni. Del resto, anche nel nostro paese le imprese cooperative si sono storicamente organizzate in associazioni con matrici culturali molto diverse: andando in ordine cronologico, quella mazziniana liberal-democratica, quella cattolica e quella socialista, legata alla storia del movimento operaio e contadino. Esistono poi associazioni di cooperative apolitiche, così come apolitiche sono tante associazioni di imprese cooperative operanti in Paesi come l’Australia o il Brasile. Per avere un’idea di tanta varietà e diffusione, basta osservare il sito web dell’ICA (l’alleanza internazionale delle cooperative): http://ica.coop/.

Tutto cominciò nel 1844, a Rochdale, vicino a Manchester, in Inghilterra, dove un gruppo di lavoratori, per reagire all’alto costo dei generi di prima necessità, fondò, con successo, un’impresa privata basata su meccanismi mutualistici, che per un secolo e mezzo caratterizzarono il modello della cooperativa “classica”: in primo luogo il principio “una testa un voto”, ossia ogni socio esprimeva un solo voto, in quanto persona, non in base alla quantità di capitale investito; in secondo luogo, Le riserve patrimoniali nella cooperativa classica erano “indivisibili”, ossia inappropriabili da parte dei soci. Nelle normative della maggior parte dei Paesi occidentali, la normativa prevedeva che alla cessazione dell’attività dell’impresa, l’eventuale residuo di riserve patrimoniali o di capitale andasse allo Stato. Esisteva poi un limite massimo (poco sopra la remunerazione dei titoli di stato) per la remunerazione delle quote sociali. Un corollario dei principi precedenti è che i titoli di capitale di rischio non potessero essere rivenduti sui mercati finanziari o azionari, una volta versati; ne conseguiva che investire capitale finanziario in un’impresa cooperativa fosse altamente penalizzante dal punto di vista del rendimento: in altre parole, chi aderiva ad una cooperativa non lo faceva per investire capitale finanziario, poiché avrebbe trovato altre forme molto più redditizie (azioni e obbligazioni). Per questo motivo, per molti decenni, le normative di quasi tutti i paesi occidentali (in Italia, la legge Basevi) prevedevano alcune agevolazioni fiscali per le imprese cooperative che seguivano il “modello classico”. Successivamente in molti paesi furono introdotte delle deroghe al principio di indivisibilità delle riserve patrimoniali e al principio “una testa un voto”, attraverso l’emissione di azioni “a voto multiplo” che possono rappresentare fino ad un tetto massimo di 1/3 dei voti esprimibili in assemblea Se, da un lato, è assai controversa e dibattuta l’effettiva utilità di queste “azioni a voto multiplo” che derogano al principio “una testa un voto” (chi scrive le ritiene sostanzialmente inutili dal punto di vista finanziario e dannose dal punto di vista degli incentivi), resta il fatto che nella larghissima maggioranza delle imprese cooperative operanti nel nostro paese e nel mondo sono di fatto ancora caratterizzate dal principio “una testa un voto” le “azioni a voto multiplo” rappresentano, nella quasi totalità dei casi, una frazione minuscola e trascurabile dei voti esprimibili in assemblea. Molte cooperative di successo, per effetto delle nuove norme e della scelta coerente di considerarsi “cooperative a mutualità non prevalente”, hanno di fatto perso tutte o quasi tutte le agevolazioni fiscali. Nella crisi attuale, figlia degli eccessi ideologici della deregulation finanziaria ultra-liberista che predicava la pia illusione di un unico mercato finanziario mondiale autoregolantesi, la cooperativa è un’impresa che pone la centralità sull’essere umano, proprio per il principio “una testa un voto”, che continua ad essere il suo tratto caratterizzante, nonostante le evoluzioni normative. Data la sua diffusione in ogni cultura e continente, la cooperazione potrebbe essere interpretata come “il volto umano della globalizzazione”.

Marco Mazzoli – Università di Genova

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